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Storie di donne, bralette e superpoteri

Difficile sottrarre alla lingerie la sua innata componente emotiva, considerato che tale Mary Phelps Jacob – intellettuale di prim’ordine, donna spiritosa nonché brillante imprenditrice – brevettò il primo reggiseno nel 1912 con l’intento di liberare le donne dai lunghi camicioni informi che fino ad allora erano stati, per loro, l’unica sotto-veste plausibile e immaginabile. Del resto: come dimenticare il passaggio all’età adulta, associato di default all’acquisto del primo reggiseno? E come scordare il primo amore, con il friccico aggregato alla scelta del fatidico completino sexy? Da oltre un secolo, alla lingerie è toccato il grato compito di emancipare le donne da secoli di crinoline, stecche e corsetti punitivi, permettendo loro di muoversi liberamente, d’indossare pantaloni e abiti scivolati, gonne aderenti e top di qualsivoglia taglio o ispirazione. Il tutto forgiando il proprio corpo a piacimento, evidenziando o smussando le curve, modellandole o semplicemente lasciandole come natura aveva disposto. Eppure, proprio per il suo intimo legame col corpo, l’underwear si è prestato spesso alle più variegate interpretazioni, polarizzate fra due estremi che ancora oggi appassionano sociologi e fashion addict: un reggiseno a balconcino è strumento d’emancipazione o di mercificazione? La risposta, secondo una recente dichiarazione di Carolyn Mair – psicologa cognitiva oltre che creatrice del dipartimento di Psicologia della Moda al London College of Fashion – è semplice: «Se una modella sfila in lingerie», in quella che basilarmente è «una celebrazione delle donne, e sembra divertirsi alle proprie condizioni», ci si trova in un contesto «di aspirazione ed emancipazione. È quando invece si vedono modelle in immagini sessualmente provocatorie, vestite solo di biancheria intima, che il loro corpo pare trasformarsi in oggetto. Il che cambia completamente le regole del gioco: la sensazione di forza, determinazione e potere, nel senso femminista del termine, scompare».

       
 

Finalmente libere

Ricordate la celebre campagna di intimo in cui Eva Herzigova, con un push-up mozzafiato, chiedeva tra il divertito e il malizioso di guardarla “negli-occhi-ho-detto-negli-occhi”? Correva il lontano 1994, e per il successivo quarto di secolo la conversazione sulla lingerie si è focalizzata essenzialmente su un punto: come rendere l’intimo più ammiccante e seducente che mai. Sul finire dello scorso decennio, però, qualcosa è cambiato. Che a innescarlo sia stato il #metoo, la body positivity o la diversity come valore fondante per una maggior libertà d’espressione nella moda, poco conta. Sta di fatto che, nel giro di un paio d’anni, le donne hanno smesso di farsi guardare per concentrarsi finalmente su se stesse. Hanno anteposto il proprio piacere all’approvazione altrui, hanno riconquistato, in qualche modo, lo spirito anticonformista di Mary Phelps Jacob. L’underwear è uscito dai vecchi stereotipi, si sono rivisti triangoli sorretti da bretelline sottili, bralette confortevoli e top ginnici, mentre si sono allentate imbottiture e imbragature, incroci contrari alle leggi della fisica e spinte iperboliche verso l’alto. Non che la sexyness sia scomparsa, ovvio, ma lo spartito a fior di pelle si è arricchito di nuovi accordi. E la musica, sostanzialmente, è cambiata. Secondo la società di retail intelligence Edited, nel solo 2017, le vendite di reggiseni push-up sono diminuite del 50 per cento rispetto all’anno precedente, mentre quelle di bralette e reggiseni a triangolo sono aumentate del 120 per cento. Non se l’è cavata meglio il reggiseno imbottito, giù del 20 per cento in soli 12 mesi. A decretare alti e bassi nel borsino della lingerie femminile è stata, ovviamente, anche l’enfasi posta dagli stilisti sulla fine della moda come strumento omologante e il principio del mash up personale come strumento unicizzante. Un fatto è certo: in un attimo, l’idea di sensualità è traslata dalla seduzione alla sperimentazione e all’autocompiacimento.

Il corpo è mio e (ora) lo gestisco io

Ma poi, la pandemia ha davvero cambiato i nostri gusti? Mesi e mesi di comfort domestico hanno spento per sempre la fiamma del capriccio a fior di pelle? In parte sì, spiega il più recente report di Edited, secondo il quale la richiesta di reggiseni sportivi e bralette è cresciuta rispettivamente del 9 e del 4 per cento rispetto al 2021, a fronte del persistente declino dei push up, in caduta libera (-25 per cento) anche rispetto al 2020. In realtà è l’ideale femminile a essersi evoluto: la più ampia varietà di taglie, etnie e proporzioni è sdoganata da tempo in passerella, tanto che gli stilisti hanno potuto finalmente riaprire il discorso sull’erotismo e sulla seduzione per l’A/I 2022-23 grazie alla presenza di molta lingerie a vista, di strategici cut out, di tagli e dettagli sui capi spalla provenienti direttamente dagli archivi delle modiste. Senza remore e senza distinguo, perché ogni donna è bella quando si sente tale, e lo dimostra la varietà di misure – ben 80 – conseguita dai brand più attenti al tema dell’inclusione. Anche la palette degli skin tone si è incredibilmente ampliata, con costante aumento – dal 42 al 46 per cento nei retail americani – delle tonalità più scure. Il lattice, spesso in gomma naturale, accompagna i più severi capi spalla, segno di un’emancipazione che permette di vivere la propria sessualità alla luce del sole, calibrandone ogni giorno l’intensità e i modi. Nello strato più interno, quello dell’intimo, prevale poi la libertà di giocare in sintonia o in contrasto con gli outfit esterni: il classico suit maschile può celare una lingerie charmante, una petite robe noir può “racchiudere”, sotto la fodera, uno slip-guaina rosa shocking e una bralette color carne. Non c’è tema di taglia, età o abilità fisica che tenga: «La lingerie non ha nulla a che fare col sedurre gli uomini, quanto, piuttosto, con l’abbracciare appieno la propria femminilità», ha detto Dita von Teese. E di lei, onore al merito, possiamo fidarci.

       
 

FEDERICA FIORI

Appassionata di moda fin dal liceo, si è laureata con una voluminosa tesi a tema e, subito dopo, è approdata nella redazione di Gioia. Da allora ha esplorato tutti i linguaggi della moda, prima come stylist, poi come stylist-fotografa, poi ancora come features editor e consulente del settore. Quando può, continua la sua ricerca anche in campo linguistico. Oggi lavora a Elle Italia.



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