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    Candela Pelizza, milanese latina

    A cura di Alice Ida  - Foto di Valentina Sommariva

    Sorridente, con il suo accento trascinato, si siede al tavolo di marmo della cucina e mi racconta la sua storia.
    Un primo contatto di Candela con l’Italia avviene a Buenos Aires, quando ancora teenager viene selezionata con la sorella gemella Vanessa, ad uno scouting dall’agenzia di modelle NEXT di Mi- lano.

    Dopo due anni di tentennamenti, il padre, persona semplice e concreta, accetta di affidare le due figlie 17enni all’agenzia, lasciandole partire per un mese di lavoro in Italia, rigorosamente durante le vacanze scolastiche.

    Con un lookbook scattato per Armani, le due sorelle, rientrate in Argentina, vengono scelte da nientemeno che Mr. Bruce Weber per un lavoro editoriale il cui casting includeva modelle del calibro di Stella Tennant e Valeria Mazza. Il debutto sulla scena internazionale è segnato da questo incontro e per i 5 anni successivi Candela lavora tra NY, Parigi, Tokyo e Milano. Qui conosce l’architetto e designer Fabio Novembre, con cui per anni porta avanti una relazione «tra un’aeroporto e l’altro», (come lei stessa definisce quegli anni), che si corona con un matrimonio a Las Vegas, un trasferimento definitivo a Milano e l’arrivo della prima figlia Verde, seguita pochi anni dopo dalla seconda, Celeste.

    Siamo nei primi anni 2000 e il lavoro segue le nuove esigenze della famiglia. Candela collabora come modella di fitting negli uffici stile di designer come Dolce e Gabbana, Frida Giannini da Gucci e Rossella Jardini da Moschino. Il lavoro a stretto contatto con i designer, le offre nuove prospettive sul processo creativo che sta dietro alla realizzazione di una collezione. La sua passione per la moda, nata “osservando la nonna cucire a macchina i vestiti per la famiglia” cresce tanto quanto il suo seguito su Instagram.
    Una prima collaborazione con il magazine Grazia, che la mette tra le “It” girls da seguire come fashion icons, è seguita da una proposta di Carlo Mazzoni, fondatore del magazine Lampoon, che la vede coinvolta nel team di lancio della nuova piattaforma per giovani designer. Qui Candela affina la sua ricerca e la sua capacità comunicativa, che mette in scena sul suo profilo Instagram. L’intuizione di Candela nel capire le potenzialità del nuovo mezzo e di impostare il suo storytelling con una forte visione editoriale e un’estetica riconoscibile, la portano a collaborare con brand di calibro internazionale, sia come brand ambassador, che come direttore creativo di progetti social.
    «Instagram è arrivato nella mia vita in un momento in cui sentivo la necessità di un cambiamento.
    Mi sono aperta a questa nuova possibilità con molta curiosità, nonostante fossi stata sempre molto riservata. In breve tempo questa app che avevo approcciato un po’ per caso, è diventato un vero e proprio lavoro», racconta Candela. Oggi, mamma da 5 anni di un terzo figlio, Martin, avuto con il regista Virgilio Villoresi dopo la separazione dall’ex marito, Candela vive la sua quotidianità tra lavoro e famiglia, nella casa Milanese dove abita da 8 anni. Qui, tra le ore di studio da liceale di Verde in soggiorno, le corse in corridoio del piccolo Martin, i compiti sul tavolo della cucina di Celeste, Candela trova spazio per i suoi shooting, creando e condividendo sui social, i suoi look da capogiro. Eppure il senso di Candela per la moda ha poco a che vedere con il possedere abiti firmati, anzi: «Il mio modo di vivere la moda è orientato verso la ricerca: mi piace indossare qualcosa che mi ispira, per incuriosire e far scoprire un brand, comunicandolo a modo mio», mi spiega. «Anche quando ho avuto la possibilità, ho sempre preferito prendere in prestito gli abiti, piuttosto che possederli. Non ne sento il bisogno. Non ho un’anima consumistica».


    Un’attitudine che in effetti ha un’eco nella crescita esponenziale di siti e app per l’acquisto e vendita di second-hand tra privati. Una visione che non sempre coincide con quella del sistema moda che, messo di fronte all’evidenza di rappresentare una delle industrie più impattanti a livello ambientale, corre ai ripari, lanciando sul mercato progetti «green» di ogni sorta.
    «La moda sostenibile spesso ha una veste green ma poca coerenza. Parlare di sostenibilità in questo settore è molto scivoloso, perché la moda rincorre i numeri e la quantità non può essere green. Io preferisco parlare di circolarità», dice Candela. «Per me la circolarità è un’azione quotidiana. Vuol dire che i vestiti delle mie figlie passano alle cugine della mia assistente, che un paio di scarpe che non uso, lo porto in valigia fino in Puglia per farlo provare ad un’amica, e anche che ogni mese, la mia assistente e le stagiste pescano dal mio armadio una borsa, perché preferisco che le usino loro piuttosto che vederle chiuse in un armadio».

    Reduce-reuse-recycle, recitano le tre famose regole dell’agire sostenibile, che nel mondo di Candela si traducono in non-possesso, condivisione e riutilizzo, nella moda ma non solo: «Non possiedo una macchina per cui cammino molto. Non compro bottiglie di plastica e nemmeno il caffè in cialde, preferisco la Moka. Prima di salutare il frigorifero rotto, ho fatto venire il tecnico 3 volte per essere sicura che non ci fosse più speranza. Pensare a quanta spazzatura produciamo mi fa star male».
    Si ferma a riflettere quando le chiedo se questo dar valore alle cose e condividere, sia un retaggio della sua educazione e delle sue origini latine, e mi risponde con un’analisi lucida quanto profonda:
    «Io penso che molto del nostro inquinare dipenda dalla velocità dei tempi in cui viviamo. Ci aspettiamo che tutto accada nell’immediato, non abbiamo tempo e viviamo nella costante pressione dell’essere produttivi. Queste sono cose che non fanno parte della visione del sud del mondo, che infatti viene considerato non competitivo. Dovremmo rallentare i ritmi, riprenderci il tempo da dedicare alle cose: cucinare i ceci, andare a piedi, rammendare un vestito, faticare per togliere una macchia. La fretta ci rende consumisti».

    E con calma, ci prendiamo il tempo di finire il nostro caffè, nella luce di un pomeriggio estivo, rinfrescate dalla corrente di due finestre aperte, come si usa quando in casa non c’è l’aria condizionata.


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